La frana di Niscemi e il ricordo mai sbiadito della frana di Ancona del 1982

Le immagini che arrivano da Niscemi ci toccano profondamente. Come geologi marchigiani, abituati a confrontarci quotidianamente con la complessità e la fragilità di un territorio appenninico e collinare, sentiamo il dovere di stringerci attorno alle famiglie colpite dal recente disastro.

La terra che si muove non è solo un fenomeno naturale, è una ferita aperta nel tessuto sociale di una comunità. Lo sappiamo bene noi nelle Marche: le ferite di Niscemi oggi richiamano alla mente quelle di Ancona del 13 dicembre 1982.

Il precedente di Ancona è una ferita mai chiusa. Quella notte, alle 22:35, la collina del Montagnolo scivolò per circa dieci ore verso il mare. Fu un movimento lento ma devastante che coinvolse un’intera collina, portando con sé la storia di un’intera città: 3.661 persone dovettero abbandonare le proprie case in una sola notte; l’11% dell’area urbana fu coinvolto, con la distruzione di industrie, aziende agricole, strade e della linea ferroviaria adriatica; oltre 500 persone persero il lavoro a causa dei danni alle attività produttive.

Ancona ci insegna che non sempre è possibile “sconfiggere” una frana con opere ingegneristiche: i costi di consolidamento per la zona del Montagnolo furono stimati in 60 milioni di euro per un miglioramento della sicurezza di appena l’8%.

Per questo la città ha scelto una strada innovativa, diventando un modello internazionale di “convivenza leggera” attraverso un sistema di Early Warning (allerta precoce), a quel tempo unico in Europa.

Ancona monitora oggi ogni minimo sussulto della terra con una precisione millimetrica. Sensori di profondità: colonne multiparametriche indicate con la sigla DMS sondano il terreno fino a 96 metri, dotate di inclinometri, sensori di temperatura e piezometrici. Occhio satellitare: una rete di decine di antenne GPS monitora costantemente gli spostamenti delle case ancora abitate nell’area. Stazioni topografiche robotizzate puntano prismi di riflessione per rilevare variazioni minime. Il sistema è tarato per attivarsi con movimenti tra 1 e 5 millimetri, allertando immediatamente il Gruppo di controllo e il Centro Operativo Comunale.

Questo sistema è costato solo 1,5 milioni di euro — una frazione minuscola rispetto ai danni di una frana o di un consolidamento fallimentare.

In un Paese dove lo Stato spende circa 3,5 miliardi di euro ogni anno solo per riparare danni e risarcire vittime, la scelta di Ancona dovrebbe diventare la norma.

Non possiamo più limitarci a rincorrere le emergenze. L’Italia è un mosaico di bellezze straordinarie, ma poggia su un equilibrio delicatissimo. Secondo studi recenti (2018), in Europa si contano circa 850.000 fenomeni franosi complessivi. L’Italia emerge come l’area più colpita dal dissesto idrogeologico nel continente. Il progetto IFFI (Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia) ha censito oltre 636.000 frane solo sul suolo italiano.

Non possiamo più perdere tempo; serve un “Piano Marshall del rischio idrogeologico” un imponente programma di investimenti per la messa in sicurezza del territorio.

Prevenzione, non solo protezione: È fondamentale passare da una cultura del “ripristino” a una cultura della “prevenzione strutturale”. Ad Ancona, i dubbi sulle responsabilità e sulla mancata considerazione del rischio nei piani regolatori emersero subito. Non ripetiamo gli stessi errori. Servono studi Geologici Approfonditi; ogni intervento deve essere guidato da analisi tecniche rigorose, la conoscenza del sottosuolo è l’unica difesa efficace.

Gestire il rischio idrogeologico richiede risorse certe e pianificazione a lungo termine, non interventi spot.

Riconoscere la fragilità del territorio non significa arrendersi, ma agire con responsabilità e competenza. Ai colleghi siciliani e a tutta la popolazione di Niscemi va la nostra più totale solidarietà.

Ordine dei Geologi delle Marche